
Appunti in ordine sparso, sugli eventi del fine settimana.
In telegrafica evidenza, la convocazione in urgenza di Direttivo e Giunta Esecutiva dell'Associazione Nazionale GdP in quel di Rimini, a discutere delle iniziative da assumere alla luce del "Milleproroghe".
Non ho ricevuto "rumors" su quanto abbiano deciso ma mi butto, e azzardo a pronosticare una tornata di astensione a breve dalle udienze, quand'anche fosse, fuori finestra count-down, visto che il DL n. 225/2010, pubblicato in G.U. il 29 dicembre, è prossimo a scadere a fine mese.
Credo che più o meno avventurosamente, il provvedimento verrà convertito, ma la faccenda, assai meno pleonastica, è legata al perenne ricatto da conto alla rovescia, con effetti di assuefazione al fine mandato, che stanno assumendo contorni imbarazzanti.
Sull'altro fronte, i "gemelli diversi" di Capo Geronimo tacciono, imbalsamati al post sciopero che sà tanto di attesa in finestra, speriamo con il sottinteso di volersi aggregare ai cugini di "rimorchio", dopo aver recitato Lucio Battisti ("Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi").
Insomma, un fine settimana men che mai sonnacchioso, che mi ispira un poderoso ritorno sul tema insopito "libertà e partecipazione", contestualizzato più che a Giorgio Gaber, al panorama di sigle e acronimi in auge nel mondo delle Magistrature minori.
L'argomento è un pò trito, ma ci tengo a sviluppare il mio pensiero avendo la netta sensazione di essermi lasciato qualcosa di irrisolto alle spalle.
Fatto è che alcuni valenti colleghi (sempre meno per verità) continuano a sollecitarmi di ritornare a prender parte alla vita sindacale, in unità di intenti e per non sottrarmi al dovere di dare un contributo alla causa, quanto meno in termini di impegno.
Il "tema" come suol dirsi oggigiorno, è di dare voce alla biodiversità dall'interno, evitando di alimentare anche involontariamente frammentazioni, in tempi di individualismi e pericolosi spettri "scismatici".
Premesso che non ho nessuna intenzione di rientrare da dove sono uscito, (peraltro ho il fondato dubbio che all'Unione Nazionale Giudici di Pace non mi ci rivorrebbero, e per rispettabilissime ragioni), e ribadito di non essere sul punto di andare dal Notaio a fondare alcunchè, ho purtuttavia deciso di elaborare il mio punto di vista, per non lasciare nulla di inespresso su questa storia, a costo di rimetterci anche sul piano dei rapporti personali.
Aldunque, prenderò l'abbrivio del discorso alla larga, iniziando a parlare di Sindacato in maniera più che astratta, cioè di come dovrebbero essere le organizzazioni dei lavoratori particolarissimi sub specie, giudici tra i giudici ma in ambientazione asettica, e nel periodo ipotetico dell'irrealtà in cui ogni espressione associativa, dovesse trovare campo d'azione incontaminato, in piena attuazione dei principi della Costituzione.
In questa verde valle, i membri delle Magistrature Minori, affratellati a quelli di Ruolo, si prenderebbero per mano, preservandosi inclini paladini dell'art. 98 C., e opliti delle più recenti norme di legge, che impongono non solo il divieto di iscriversi, ma anche di partecipare attivamente alla vita dei partiti, a pena di illecito tipizzato ex art. 3 lett. h) D.lgs n. 109/2006.
Norma questa, istitutiva della più che condivisibile scelta, di estendere il divieto anche ai membri della Magistrature "fuori ruolo", per opzione pienamente legittimata dalla Corte Costituzionale secondo recente sentenza n. 224/2009, di cui non si è fatto abbastanza parlare.
Insomma, i Giudici non devono "fare politica" punto, ma non nel senso di non poter esprimere opinioni sull'operato di questo o quel Governo (meglio se con misura, e su questo sto cercando di fare un grande lavoro su me stesso), bensì in quello di dover abdicare tentazioni di lobbying financo difensivo, ossia orchestrato per paralizzare le riforme di partiti e politica, il che sarebbe perfettamente legittimo, ma a patto di essere una categoria qualunque, assai meno se esponenti del Terzo Potere dello Stato, blindato da opere di fortificazione senza uguali, erette dal Costituente a rendere inattaccabile il granitico principio di autogoverno, meticolosamente palificato al fine di evitare interferenze esterne da parte di poteri palesi o occulti.
Il che è previsto, bene specificarlo, non per privilegio di casta, ossia ad uso e salvaguardia del Magistrato in quanto tale, ma del comune cittadino che potrebbe finirgli sotto.
Ergo, vi è divieto di far politica, ma attentamente bilanciato dall'intollerata compressione dei Sacri Principi di indipendenza e autogoverno, solennemente enunciati all'art. 104 C. con solidissima finalità esplicitata all'art. 101 C. ("il Giudice è soggetto solo alla Legge").
Per inciso, quanto la Costituzione valga anche per la Magistratura Onoraria (che dopotutto costituisce più del 50% della "forza lavoro" giurisdicente), è altro affare, essendo i figli di nessuno tenuti da sempre alla porta dell'organo di "autogoverno", ossia il CSM, il quale, in base a oscuri criteri, si è da sempre preoccupato più che altro di ribadire il principio di temporaneità, al cospetto pur sempre di giudici al tagliando di 15 anni (e oltre) di onorato servizio, il che sarebbe leggermente ridicolo se non fosse che ci stiamo andando in mezzo.
E' quanto provoca l'istinto riflesso dei nostri Sindacatini, sospinti a cercare usbergo presso i Palazzi della Politica, a richiedere protezione post-feudale per la categoria, a questo o quel Signorotto, senza alcuna linea e spesso e volentieri, animando peregrinazioni "a capocchia", che occasionalmente nella nostra storia recente, hanno dato raccapricciante spettacolo di sè, a chi se ne è reso involontario testimone oculare.
Ma tant'è ... fin qui la Carta Costituzionale e i Manuali di Deontologia Giudiziaria: l'aspetto che mi sembra in assoluto più interessante è l'analisi degli accadimenti in pentola, o meglio, gli enzimi in "fermento" dall'interno del simpatico container "elettrosaldato" nel 1946 per mano demiurga e sapiente dei Padri Costituenti, proprio a rendere l'operato della Magistratura, blindato ai Governi di destra e di sinistra, che manco a farlo apposta, si sono avvicendati nell'inutile tentativo di violare i santuari, senza riuscire fin qui a piantare la bandierina sull'inespugnato autogoverno dei Giudici.
Per addentrarmi efficacemente nei cavoli degli altri, userò il piglio saggistico di un valente ex Magistrato requirente (Bruno Tinti, il libro è "Toghe Rotte", suggerisco l'acquisto della versione economica da 8 euro: li vale tutti e di gran lunga anche solo la lettura dell'ultimo capitolo).
A seguire, non più che un assaggio di verità oracolare, tanto per non cadere in infrazione di copyright: "
organismi come i Consigli Giudiziari, il CSM, l'ANM, sono tutti elettivi: i loro componenti sono giudici eletti dai giudici, (quanto in partenza è certamente un buon sistema per assicurare autonomia e indipendenza alla Magistratura, "anche se di buone intenzioni è lastricato l'inferno"). Di qui, e per attribuire ad altrui la paternità di pensiero, val bene virgolettare ... "
poichè i giudici e i loro organi costituzionali non sono immuni al degrado in cui vivono, alla fine, all'interno della Magistratura è avvenuto qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto all'esterno, nei palazzi della politica. Nei palazzi della politica è diminuita fino a sparire la cultura della partecipazione e della democrazia, e i partiti si sono ridotti a centri di gestione del potere e del consenso: scelgono i governanti e sono diventati i padroni della politica. La stessa cosa sta accadendo (ma io andrei oltre e direi che è bella che accaduta),
all'interno della Magistratura. Il "governo" della Magistratura è il CSM, e i "partiti" sono le cosiddette "correnti". Le elezioni sono decise dalle stesse correnti, che decidono chi deve andare a far parte dei Consigli Giudiziari e del CSM. Anche gli organi direttivi delle correnti, vengono votati dagli aderenti alla "corrente", e anche nelle "correnti", come avviene per i partiti, queste elezioni sono spesso un simulacro di elezioni, una conferma formale di quanto già deciso da quelli che contano all'interno della corrente".
Semplice, brevilineo e giustamente perentorio, come è nella cifra stilistica dell'autore.
Insomma, e a farla breve, italiani tra gli italiani, i Magistrati, vuoi per la spregiudicatezza di alcuni "falchi" in batteria, vuoi per reazione agli attacchi mediatici di una politica fattasi via via più becera e insolente, si sarebbero incubati in grembo la malattia del secolo, dicasi partitismo, fatta di efflorescenze corporative e foruncolosi da veto incrociato, spartizione incarichi direttivi secondo manuale Cencelli andato a male, faziosità militante, nonnismo clientelare, e prassi sindacali vieppiù perniciose, al rischio sottostimato di contagio batterico, stante il diffondersi del virus che in effetti, si è rapidamente autoreplicato, producendo il bel risultato di deturpare irreversibilmente l'istituzione, rendendola bruttina, e anche un pò butterata.
Intuibile, che anche nel mondo dei nostri Sindacatini, (i quali non hanno mai brillato per apertura, e formazione democratica di processi decisionali dal "basso"), le cose non sarebbero andate propriamente per il meglio.
Alle solenni pulsioni a scimmiottare il peggio dei più grandi, si aggiunge l'aggravante specifica, ossia quella di rendersi non di rado protagonisti minori, della stessa logica giudiziaria distorta, che costituisce causa prima delle disgrazie nelle Magistrature precarie.
E non serve star qui neppure a rievocare gli errori di recenti trascorsi della nostra storia, con l'immancabile chiamata al falso tavolo tecnico, e il puntuale imbonimento a suon di specchietti e perline, propinate da chi conta, al solo fine di insinuare invidie personali o frammentazioni interne, secondo antica tradizione di romana memoria, all'insegna del "divide et impera", (motto da sempre valido, all'occorrenza di seminare zizzania tra le tribu dei barbari, da scompattare aldilà del fiume Elba).
Ancora Bruno Tinti: "
Per verità nelle "correnti", militano spesso uomini (e donne)
probi e capaci, e esattamente come succede nei partiti, anche costoro sono convinti che il loro impegno sia nobile e legittimo, perchè con esso portano voti alla corrente, che opererà per il bene".
Sottoscrivo incondizionatamente e vale ovviamente "in scala" anche per la Magistratura di Pace, dove i virgulti di sano attivismo, si sono tradotti in impulso di riversarsi in quota nei Consigli Giudiziari a "ben operare" al servizio della causa: ciò che è avvenuto nel recente passato, e ritornerà ad accadere anche l'anno prossimo, secondo regolamento in vigore a liste rigorosamente chiuse, e senza veder stabito alcun vincolo di incompatibilità, quanto meno con le cariche sindacali più rappresentative, al contrario, spesso e volentieri diventate "sovrapponibili", (a dispetto del rischio nemmeno troppo virtuale, di dover poi fare i conti con la responsabilità di decisioni da prendere, magari non necessariamente gradite, ad alti membri di questo o quel consesso, in fatal sessione di lavoro pomeridiana).
A me sono sempre sembrati evidenti, i rischi ulteriori, connessi alle incognite di un futuro non prossimo, in cui si esaurirà la spinta pionieristica dei Padri Fondatori: è allora che colleghi senza sigla nè schiatta, finirebbero per iscriversi autorizzando trattenute sindacali, compulsati dall'idea di doversi ingraziare i consimili, chiamati a perorare il rinnovo degli incarichi.
Quanto avverrebbe verosimilmente e a maggior ragione, se non dovessero cambiare le modalità del temutissimo giudizio ordalico di idoneità quadriennale, il che, in regime di discrezionalità amministrativa, vuol dire delibera secca, senza appello nè garanzie di contraddittorio.
In pratica, ammesso e non concesso di sopravvivere al sistema come Magistratura di Pace e in quanto tale, qualora si completasse l'inauspicata metamorfosi, ciò varrebbe a forgiare un compiuto meccanismo di "caporalato", con il non commendevole risultato partorito da nobili intenzioni, di ri-battezzarci da soli, come i veri "clandestini di noi stessi".
Con questo, non intendo sottacere l'importanza, o peggio denigrare lo strumento associativo, che anzi deve essere preservato al meglio, anche perchè non ho difficoltà ad ammettere che le magre conquiste stiracchiate negli anni, sono pressochè tutte scaturite dal verace spirito di gruppo profuso dai molti iscritti, e da coloro che molto hanno dato e continueranno a dare, spesso per puro spirito di servizio, e all'insegna del rimetterci in proprio.
Io che vengo dall'Unione Nazionale Giudici di Pace, garantisco che esistono validissimi colleghi, che fanno del loro impegno una risorsa inestimabile per tutta la categoria, tuttavia visti i tempi che corrono, non posso non vedere i rischi che collettivamente si corrono di compromettere il buono che è stato fatto fin qui.
Non è quindi per malinteso senso di superiorità che mi sono chiamato fuori, ma solo per recitare il ruolo in cui mi sento più a mio agio e che avverto come spiccatamente congeniale: quello del muezzin attaccato all'autoparlante del minareto.
E' quanto mi permette di esprimermi senza troppi imbarazzi, e chissà che nel suo piccolo, magari anche questo blog possa servire come spunto critico di riflessione collettiva .... io ne sarei felice e sinceramente orgoglioso, semprechè prima o poi, qualcuno non ci si metta di buzzo buono a farmi chiudere.
Claudio Fiorentino (GdP Ostia)
10.01.12 @ 22:39:34
da raffaele basile
Qualora non fosse sufficientemente chiaro, esiste ...
16.01.11 @ 17:31:28
da Carlo Fontana
Veramente è proprio l'Art. 104 della ...
16.01.11 @ 15:20:52
da Carlo Fontana
A fronte di un palese vuoto ...
06.11.10 @ 15:28:10
da Admin
Che posso dire se non che ...
21.02.10 @ 12:25:50
da samsara